La guerra di noi Meridionalisti è principalmente contro l’emigrazione dalle nostre terre e contro l’affollamento nelle gradi città a scapito delle aree interne. Quando il fenomeno verrà fermato significherà che vivremo come nel resto d’Italia o d’Europa, oppure che non ci sarà più nessuno tranne che i vecchi. Con l’aggressione militare della Russia all’Ucraina sono in corso 27 guerre. Scriveremo sui fatti dell’Ucraina, assai brutti, dopo esserci espressi ancora sui problemi irrisolti che stanno strangolando presente e futuro della nostra terra. Vogliamo fare chiarezza per avere un quadro cristallino sugli avvenimenti e per sapere la verità su quanto non viene fatto per noi che viviamo “al Sud”. Forniamo questa verifica a tutti per dare un metro di giudizio prima che vengano a cercare voti qui da noi i candidati e gli eletti dei partiti che ci tengono in queste condizioni.

I cicli storici delle emigrazioni dai nostri territori

Ogni anno ci sono tante persone che qui al sud non rivedremo più, non perché sono morte ma perché costrette ad andare via dalla mancanza di lavoro. Questo fenomeno cominciò con l’unificazione d’Italia nel 1861 e continua ancora oggi, modulato periodicamente dalle esigenze della politica tosco-padana.

In tempi recenti ci sono stati flussi migratori prima all’estero, sempre per fame da mancanza di reddito, negli USA, in Canada, in Sudamerica. Quando servivano braccia in Belgio per il carbone si spingevano “italiani (?) del sud li in cambio del carbone per le industrie del nord.

Poi servivano braccia al nord per il “miracolo economico” italiano (del nord) e per l’agricoltura, l’allevamento e per l’industria a questa collegata. Poi servivano tecnici e qui si facevano studiare i figli per poi mandarli al nord, chi poteva andava all’estero.

In tempi recenti, con “l’uso” degli immigrati senza diritti ed a più basso costo nell’industria, nel terziario, nell’agricoltura e nell’edilizia, servivano laureati, classe dirigente. E via anche quelli, spopolando e rallentando il meridione.

Oggi invece, ancora più subdolamente, è in atto l’emigrazione degli studenti universitari, con danni ancora più profondi al tessuto sociale, umano, familiare.

Il tribunale dei numeri condanna senza appello qualunque governo italiano abbia detto che avrebbe risolto il problema dando così la parità ai meridionali. Ebbene la verità è che per mera convenienza, avendo come alleata la classe dirigente locale qui al sud, i partiti a trazione tosco-padana hanno continuato e continuano con la stessa politica. Due territori e due comportamenti.

Ricordiamo i tragici numeri di ISTAT e SVIMEZ sulla emigrazione dall’ex Stato delle Due Sicilie (oggi Mezzogiorno d’Italia)

Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970).

Il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 “è stato pari a 2 milioni 918 mila persone, al netto delle forze armate”. 

i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.

Due pesi e due misure con il PIL ed i redditi tra Nord e Sud

Gli ultimi dati Istat sui redditi mostrano ancora una volta come l’Italia è spaccata in due. Parlando di prodotto interno lordo medio per abitante la media nazionale è di 28.500 euro annui ma molto dipende dalla zona d’Italia in cui si trova. In linea generale al Sud il  il Pil pro capite è inferiore del 45% rispetto a quello del Centro-Nord: 35,4mila euro il pil nel Nord-Ovest, 34,3mila euro del Nord-est, 30,7mila euro nel Centro e 18.500 al Sud.

Prima dell’unificazione il PIL tra Nord e Sud era eguale

Dai dati ISTAT risulta che nel 1861 il Pil pro capite del Sud era all’incirca lo stesso del Nord, per poi subire un vero e proprio crollo sino al 1951. Da quella data si registra una crescita discontinua negli anni, con una lieve ripresa a partire dal ’99. Oggi il Pil del Sud vale solo il 60% di quello del Nord.

Dopo 20 anni di equilibrio Prodi distrugge la Cassa per il Mezzogiorno ed il PIL del Sud

Negli anni compresi tra il 1952 e il 1973, grazie alla grande industria e alla Cassa del Mezzogiorno,  il pil pro capite crebbe del 4,6% all’anno nel Sud, rispetto al 4,8 del Centro-Nord. In seguito alla brusca battuta d’arresto avvenuta dopo gli anni ’70, quando i grandi impianti delle aziende più importanti del Paese cominciano a chiudere i battenti, ed a Romano Prodi (mentore delle politiche tosco-padane) che chiuse la Cassa per il Mezzogiorno ricominciarono i problemi per i meridionali e per il Sud.

Dagli anni ’70 industrie e soldi al Nord ed emigrazione al Sud

Ancora guai arrivarono da noi a partire dal 1973. Da quella data, «si sviluppa soprattutto l’industria del Nord e i posti di lavoro che si perdono nell’agricoltura non si riescono a recuperare negli altri settori». La situazione non è esplosa «solo grazie allo sfogo dell’emigrazione che ha visto in quegli anni andare via oltre 2 milioni e mezzo di persone» e che oggi portano nuovamente i talenti lontano. 

Lo SVIMEZ con i dati dell’ISTAT inchioda lo Stato tosco-padano alle sue responsabilità

Nel 1860, ha affermato Bianchi (vice direttore dello SVIMEZ) in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale (Milano-Torino-Genova) e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo. L’unica fase di recupero è tra gli anni ’50 e il ’73. Poi comincia a perdere di nuovo e comunque il tasso di industrializzazione del Mezzogiorno resterà la metà di quello del Centro-Nord.

Una Macroregione con larga autonomia e la cacciata dei partiti-azienda sono la soluzione

Una Macroregione Meridionale sarebbe assai utile per coagulare gli interessi delle nostre terre, tenuti divisi dai capi bastone dei partiti di Roma, Bologna  e Milano attraverso l’istituzione delle Regioni. Infrastrutture differenti tra regione e regione, politiche diversificate e forza contrattuale polverizzata sono stati gli effetti. Alla fine, con l’acquisizione delle banche che esistevano al Sud, le politiche colonialiste guidate dai partiti del centro Nord hanno fatto solo danni. Siamo stati e siamo colonia usata per la mano d’opera e per i consumi delle aziende dislocate altrove e che ci vendono di tutto. Vanno anche tagliati i tentacoli di questi partiti e di talune lobby imprenditoriali del nord attraverso il mancato voto ai loro rappresentanti nei nostri territori. Stranamente infatti, quando coincidono poteri centrali e quelli locali degli stessi partiti qualcosa in termini di investimenti arriva. I miglioramenti per noi tutti vanno conquistati avendo potere contrattuale.

Per fare questo serve l’informazione ed analisi politica corrette, assieme alla unità delle forze antagoniste a questi intendimenti, che ci tengono in stato di colonia dal 1861.

 

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