Adriano Giannola: Meridionalismo

Articolo del Prof. Adriano Giannola, presidente SVIMEZ, sul meridionalismo, pubblicato da Treccani online.

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All’origine del dualismo

Vi è ampio dibattito su quale fosse il divario Nord-Sud al momento dell’Unità. Certamente per molti aspetti le due aree erano significativamente diverse. La logistica del Nord era più adatta di quella del Mezzogiorno a profittare delle opportunità di sviluppo che di per sé la massa critica conseguita con l’Unità offriva; sempre il Nord poteva contare su infrastrutture più moderne e su un più articolato mercato dei capitali.

Ma, quale che fosse il divario iniziale, più che il contrasto tra i numeri (Eckaus 1960; Pescosolido 1998; Daniele, Malanima 2007) conta il fatto che esso andò progressivamente aumentando a danno del Sud nel corso del tempo.

Che la questione napoletana fosse la principale sfida per il nuovo Regno era ben presente a Cavour; eloquente la raccomandazione al re la sera prima di spirare:
L’Italia del Settentrione è fatta, non vi sono più né lombardi, né piemontesi, né toscani, né romagnoli, noi siamo tutti italiani; ma vi sono ancora i napoletani. […] Bisogna moralizzare il Paese, educare l’infanzia e la gioventù […] ma non si pensi di cambiare i napoletani coll’ingiuriarli […] Niente stato d’assedio, nessun mezzo da governo assoluto […] Io li governerò con la libertà […] In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio, ve lo raccomando (cit. in De la Rive 1863; trad. it. 1951).

Il 2 agosto 1861, sul giornale francese «La patrie», Massimo D’Azeglio torna sulla questione nella lettera al senatore Carlo Matteucci:

la questione di Napoli – restarvi o non restarvi – mi sembra dipendere soprattutto dai napoletani; […] occorrono, e pare che non basti, 60 battaglioni per tenere il Regno; […] bisogna […] trovare il mezzo per sapere dai napoletani […] se ci vogliono o non ci vogliono […]. Agli italiani che, pur restando italiani, non intendono unirsi a noi, non abbiamo il diritto di rispondere con le archibugiate.

In realtà, la linea delle archibugiate prevalse e in pochi anni questo aspetto della Questione fu risolto manu militari (E. Novelli, Diario di guerra, 1860-1861, 1961).

In tale quadro è corretto datare la nascita del meridionalismo agli anni successivi alla ‘normalizzazione’. La ricca analisi critica nella quale si sostanzia l’impegno meridionalista si legittima nel rivendicare l’applicazione dei principi risorgimentali ispiratori del progetto unitario.

L’inchiesta in Sicilia di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti del 1877, i resoconti del viaggio di Giuseppe Zanardelli, le Lettere meridionali del 1878 di Pasquale Villari, e poi gli scritti di Giustino Fortunato aprono il ricco filone del meridionalismo classico, una letteratura critica di analisi sociale che vedrà cimentarsi studiosi delle più diverse ispirazioni ideologiche: dai liberali Antonio De Viti De Marco, Fortunato, Piero Gobetti, Luigi Einaudi, Benedetto Croce, al cattolico Luigi Sturzo, ai radicali e socialisti come Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, o marxisti come Emilio Sereni e Antonio Gramsci. Ovviamente, anche i più accreditati storici, studiosi dello sviluppo italiano, debbono fare i conti con l’ostinata incoerenza tra unità politica e mancata unificazione economica.

Nei primi venti anni, l’abolizione delle barriere doganali con l’adozione della tariffa sabauda, ebbe effetti positivi sull’agricoltura meridionale, mentre penalizzò l’industria del Sud fortemente dipendente dalla protezione statale.

Dal 1887, l’evoluzione favorevole della produzione agricola e dell’indotto manufatturiero locale fu bruscamente interrotta dall’adozione (sostenuta da molti parlamentari del Sud) di una linea fortemente protezionistica tesa a favorire la nascente industria (del Nord) e le produzioni dell’agricoltura estensiva (del Sud). I Paesi concorrenti (in primis la Francia), adottarono simmetriche politiche protezionistiche che penalizzarono le produzioni mediterranee, con il risultato che il Mezzogiorno vide bloccarsi il ‘suo’ motore di sviluppo senza che il nucleo industriale smantellato nel precedente ventennio potesse rientrare in gioco per effetto della protezione doganale. Né la protezione accordata alla produzione del grano compensò il danno alle esportazioni di prodotti mediterranei; essa servì piuttosto a garantire i profitti dell’agricoltura capitalistica al Nord e le rendite dell’agricoltura estensiva agli agrari assenteisti del Sud.

La necessità di promuovere una maggior produttività dell’agricoltura meridionale si sarebbe potuta soddisfare solo modificando le strutture agrarie, promuovendo il progresso tecnico, dando vita a un ingente volume di opere pubbliche. L’inerzia su questo fronte sancisce (con la formula del ‘blocco storico’) il compromesso fra la borghesia (agraria prima e industriale poi) del Nord e i grandi proprietari terrieri del Sud. La questione agraria è la chiave analitica sviluppata da meridionalisti come Sereni e Gramsci, ed è significativo il fallimento, in pieno regime fascista, del progetto di bonifica integrale del Mezzogiorno avviato dal ministro Arrigo Serpieri.

In aggiunta, meridionalisti come De Viti De Marco e Nitti denunciano un aspetto – persistente fino ai giorni d’oggi – rappresentato dagli sfavorevoli effetti redistributivi della politica tributaria e di spesa del governo.

La classe dirigente del Mezzogiorno svolge un ruolo doppiamente funzionale: per un verso nel mondo rurale (tesi gramsciana) bilancia il potenziale rivendicativo della classe operaia del Nord; dall’altro (tesi di Rosario Romeo) assicura al Paese una ‘necessaria’ accumulazione originaria.

Fatta eccezione per le localizzazioni industriali dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), durante il fascismo l’industria del Mezzogiorno resta strettamente legata alle vicissitudini dell’agricoltura e perciò l’insufficiente dinamica di quest’ultima frena lo spirito imprenditoriale, ostacola il sorgere di piccole imprese e di uno strato sociale autenticamente borghese.

In questo contesto al drenaggio di capitali dal Sud via politica fiscale si affiancano le rimesse degli emigranti, decisive per l’equilibrio delle partite correnti nazionali. Il mantenimento delle strutture latifondiste del Sud, il ristagno e la persistente tendenza alla riduzione dei consumi incentivano, infatti, l’emigrazione di massa verso l’estero.
In tal senso non è condivisibile la tesi di Alexander Gerschenkron che il Mezzogiorno abbia avuto un ruolo del tutto marginale ai fini dell’industrializzazione del Paese. Senza considerare che il Meridione è già un mercato interno per l’industria del Nord, pur limitato dallo scarso potere di acquisto. In questa «emarginazione dipendente» vi è chi vede – ancora De Viti De Marco, Salvemini – consolidarsi i tratti di un’economia coloniale.
Dunque, fino al secondo dopoguerra, il Sud non ha un ruolo attivo nello sviluppo economico italiano, assolve invece la duplice funzione di garantire il controllo sociale e di alimentare trasferimenti di risorse finanziarie.

La conseguenza, quale che fosse l’iniziale divario, è una crescente emarginazione produttiva dell’area.

All’«emarginazione dipendente» in economia contribuiscono, tuttavia, anche altri fattori di per sé tutt’altro che negativi.

Pasquale Saraceno (2005, pp. 152-53) oltre alla politica doganale cita lo sviluppo della rete ferroviaria che favorisce i grandi gruppi del Nord interessati ai mercati di sbocco. Le fragili imprese locali subiscono così la concorrenza della componente più dinamica dell’apparato produttivo.

L’avvento dell’energia elettrica (al Nord energia idroelettrica) al Sud – con un potenziale idroelettrico del 10% nazionale – impone il ricorso alle centrali termoelettriche. In assenza di qualsiasi perequazione il prezzo di offerta dell’energia al Nord è «pari alla metà e anche a un terzo dei prezzi correnti nel Sud». Anche grandi eventi – la Prima e la Seconda guerra mondiale – acuiscono il divario di prodotto pro capite (del 43% nel 1944, salito al 53% nel 1951).

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