La ZES Unica Mezzogiorno al crocevia tra politica e sviluppo
La ZES Unica Mezzogiorno — la Zona Economica Speciale unica per il Sud Italia — è uno degli strumenti di politica industriale più rilevanti pensati per correggere uno squilibrio strutturale. Oggi rischia di perdere la sua stessa ragione d’essere.
Con la legge n. 171 del 18 novembre 2025, il governo ha esteso il perimetro della ZES Unica Mezzogiorno all’intero territorio delle regioni Marche e Umbria. Dal 1° gennaio 2026, anche le imprese di quelle regioni accedono al credito d’imposta sugli investimenti in beni strumentali, agli stessi titoli delle imprese di Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Molise, Abruzzo, Sicilia e Sardegna. Non si tratta di un aggiustamento tecnico. È una scelta politica che merita un esame critico.
Una logica redistributiva svuotata
Il decreto-legge n. 124/2023 ha istituito la ZES Unica Mezzogiorno a partire dal 2024, sostituendo le precedenti otto zone economiche speciali regionali con un’unica governance territoriale. L’obiettivo dichiarato era concentrare le agevolazioni per massimizzare l’impatto competitivo del Sud nel contesto europeo, riconoscendo a tutto il Mezzogiorno uguali chances di sviluppo. Uno strumento esplicitamente concepito come compensazione territoriale per aree storicamente svantaggiate, in coerenza con la normativa europea sugli aiuti di Stato a finalità regionale.
L’estensione a Marche e Umbria rompe questa logica. Non perché quelle regioni non abbiano problemi — il terremoto del 2016 ha lasciato ferite profonde nelle aree interne marchigiane, e l’Umbria ha attraversato anni di stagnazione — ma perché il governo ha agito con motivazioni esplicitamente politiche, a ridosso di scadenze elettorali regionali, senza una valutazione comparativa del divario strutturale rispetto al Sud. La premier Meloni ha annunciato il provvedimento ad Ancona in un evento pubblico. L’opposizione marchigiana stessa ha definito l’ingresso nella ZES “non una promozione, ma una bocciatura che certifica l’impoverimento della nostra regione” — un’ammissione, paradossalmente, che la ZES funziona come strumento per territori in difficoltà, non come un premio.
Il problema delle risorse: cosa è già successo
I numeri parlano con chiarezza. Nel 2025 le imprese del Mezzogiorno hanno presentato domande per 3,64 miliardi di euro, a fronte di soli 2,2 miliardi disponibili. L’Agenzia delle Entrate ha dovuto applicare un meccanismo di riproporzionamento, riducendo il credito fruibile al 60,38% di quanto ciascuna impresa aveva richiesto. In termini concreti, un’impresa campana che contava su un’agevolazione del 60% sul proprio investimento ha ottenuto poco più del 36%.
Nel 2024 era andata anche peggio: il coefficiente di riproporzionamento aveva toccato il 17,67%, il che significa che un’impresa con aliquota teorica del 60% aveva ottenuto effettivamente circa il 10,6% del proprio investimento.
Il governo è poi intervenuto con risorse aggiuntive — ma solo parzialmente, portando la percentuale effettiva del 2025 al 75% grazie a una misura integrativa nella Manovra 2026. Un tampone, non una soluzione strutturale.
La dotazione per il triennio 2026-2028 scende progressivamente: 2,3 miliardi per il 2026, 1 miliardo per il 2027 e 750 milioni per il 2028, come stabilisce la Legge di Bilancio 2026. Un percorso discendente che parte già da una dotazione insufficiente rispetto alla domanda espressa, e che ora deve coprire anche due nuove regioni. Il rischio concreto è che il riproporzionamento del 2025 diventi la norma, non l’eccezione.
Una disparità già visibile nella ZES Unica Mezzogiorno
Un dettaglio nei dati di fine 2025 colpisce in modo particolare. L’Agenzia delle Entrate ha fissato la percentuale di fruizione del credito al 60,38% per le regioni del Mezzogiorno storico, e al 100% per Marche e Umbria, appena entrate. Le imprese marchigiane e umbre hanno ottenuto per intero ciò che le imprese meridionali non hanno potuto avere. Che si tratti di un effetto tecnico legato ai tempi di entrata in vigore è indubbio. Che segnali una tendenza preoccupante è ugualmente evidente.
Il rischio della diluizione progressiva
Se il governo può ampliare la ZES Unica Mezzogiorno a regioni del Centro Italia quando lo richiede la convenienza politica, nulla impedisce ulteriori estensioni future. Lo strumento si trasforma da meccanismo di compensazione strutturale a incentivo fiscale generale, disponibile per chiunque riesca a dimostrare difficoltà economiche sufficienti — o, più semplicemente, a negoziare i voti giusti in Parlamento.
È lo stesso meccanismo che ha storicamente compromesso l’efficacia delle politiche per il Sud: risorse pensate per un obiettivo preciso finiscono per raggiungere platee sempre più ampie, perdendo la capacità di incidere sul problema originario.
La proposta: criteri europei, non negoziati politici
Meridionalisti-federalisti europei sostiene che gli strumenti di sviluppo territoriale debbano fondarsi su criteri oggettivi e misurabili — il PIL pro capite, il tasso di occupazione, l’indice di abbandono scolastico, la distanza dai servizi essenziali — definiti in coerenza con la metodologia europea per le regioni in ritardo di sviluppo. Questi criteri esistono già: l’Unione Europea li applica nella gestione dei Fondi Strutturali e di Coesione.
Se Marche e Umbria soddisfano quei criteri, hanno diritto agli strumenti corrispondenti — ma con risorse aggiuntive, non sottratte al plafond della ZES Unica Mezzogiorno. Se non li soddisfano, l’estensione rappresenta semplicemente un trasferimento di risorse in chiave elettorale.
La battaglia per il Mezzogiorno non si vince difendendo confini amministrativi. Si vince pretendendo che le politiche pubbliche abbiano criteri trasparenti, risorse adeguate, e non cedano alla logica del consenso geografico distribuito.
