Facciamo chiarezza tra una informazione media carente e distorsiva sui problemi degli olivicoltori, che punta mediamente il dito soltanto verso l’olio tunisino importato, e in particolare sulle vere istanze di chi produce oltre il 60% dell’olio italiano.
L’olivicoltura: una base di reddito soprattutto al Sud
L’olivicoltura italiana non è un ornamento identitario: è una base materiale di lavoro e reddito, soprattutto nel Mezzogiorno. È lì che il Paese trova materia prima, varietà autoctone e qualità riconosciuta. Eppure, troppo spesso, il valore non torna indietro con la stessa forza dove nasce. Si esporta, si trasforma, si vende. Ma i benefici—posti di lavoro stabili, investimenti, capacità produttiva che resta viva—non si riversano con sufficiente intensità nei territori che reggono l’intera filiera, che è in gran parte al Sud.
Numeri che non bastano: export forte, produzione in difficoltà
Nel 2024 la produzione italiana di olio d’oliva si è attestata intorno alle 248.000 tonnellate, con un calo del 15% rispetto alla media degli ultimi anni e di circa il 36% rispetto alla campagna precedente (circa 328.500 tonnellate). Ma il punto non è solo la fluttuazione produttiva: è la dinamica della filiera nel suo complesso. Le esportazioni, infatti, restano robuste: 344.000 tonnellate vendute all’estero per un valore di 3,09 miliardi di euro, con un incremento del 42,6% rispetto all’anno precedente. Tradotto: la competizione sui mercati esteri tiene, mentre la tenuta della produzione e dell’impresa nei territori è in difficoltà. Un vantaggio commerciale può reggere nel breve periodo, ma non può sostituire la perdita di aziende, vitalità e prospettive nelle campagne.
Il Mezzogiorno produce la parte dominante (ma paga il prezzo)
Il Mezzogiorno produce la parte dominante dell’olivicoltura nazionale: circa il 60% della superficie di uliveti italiani. Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania rappresentano l’asse produttivo, con varietà come Coratina, Leccino e Nocellara del Belice capaci di offrire qualità riconosciuta globalmente. Eppure, tra il 2010 e il 2020, nel Mezzogiorno si registra una perdita del 34% delle aziende olivicole, mentre altrove il settore tende a crescere. Non è un dettaglio: segnala uno squilibrio territoriale che ha cause strutturali—economiche, contrattuali, organizzative e politiche—e che troppo spesso non viene affrontato con strumenti all’altezza.
Hub di trasformazione: il valore deve rimanere nei territori
In questo quadro, l’Italia svolge anche un ruolo di hub europeo di trasformazione e commercializzazione. Nel 2024, infatti, oltre il 50% dell’olio importato in Italia proviene dalla Spagna, seguito da Grecia (20%), Tunisia (13%) e Portogallo (8%). Questo non è un “problema” in sé: è un dato di realtà. Ma diventa critico se il sistema finisce per premiare più la capacità a valle che la forza a monte, cioè le aziende che producono davvero nei territori meridionali. Se il Sud è strategico, allora deve essere anche il luogo in cui si decide e si costruisce valore.
La seconda scelta: consumare meglio l’olio di qualità
C’è poi una seconda scelta obbligata: rafforzare il consumo interno di olio di alta qualità. Perché se il valore resta confinato all’export o alla trasformazione lontana dal radicamento produttivo, il Mezzogiorno rimane fornitrice—non protagonista. Un Paese che produce eccellenze deve saperle consumare, pagare e premiare anche nei mercati domestici. Consumare meglio significa creare domanda stabile, sostenere i prezzi e dare continuità a filiere e investimenti. Diversamente al Sud si produrrà olio che magari confezionato al Centro-Nord verrà poi esportato come olio di gran pregio, mentre attualmente gli hub di imbotihgliamento e commercio verso l’estero vogliono pagare meno soldi ai produttori. In questo caso a TUTTI i produttori italiani.
Conclusione: il rilancio deve ricadere nel Sud
Le difficoltà sono note e strutturali: invecchiamento degli agricoltori, rinnovo degli impianti, scarsità idrica, competizione di mercato. La risposta non può essere fatta di annunci o misure spot. Serve un rilancio che abbia un criterio: i benefici devono ricadere dove c’è produzione—nel Sud. E l’Italia, nel frattempo, deve costruire una filiera più giusta e più forte, capace di trasformare l’eccellenza meridionale in reddito, lavoro e futuro. Si vogliono tenere i giovani in Italia e si vuole evitare lo spopolamento al Su ? Si facciano meno proclami e più fatti poi verificabili.
Restiamo in attesa per un nuovo report a fine 2026, senza guardare al colore deo governo in carica.
