I diritti non hanno geografia
Difendere l’unità del servizio pubblico non significa difendere il centralismo.
Significa difendere un principio più semplice e più forte: i diritti di cittadinanza non possono dipendere dal luogo in cui si nasce.
Per questo il meridionalismo non considera l’autonomia un tabù. Al contrario, la considera uno strumento possibile di valorizzazione dei territori — ma solo se fondata su solidarietà, uguaglianza e coesione.
Un’autonomia che divide i diritti non è autonomia. È diseguaglianza istituzionalizzata.
Ed è questo il rischio posto dal progetto di autonomia differenziata disegnato dal DDL Calderoli.
L’inganno dei LEP e il rischio di frammentazione
Il nodo decisivo riguarda i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).
Senza criteri tecnici certi, senza finanziamenti adeguati e senza una garanzia effettiva di standard uguali per tutti, i LEP rischiano di trasformarsi da tutela in alibi.
Il risultato sarebbe grave:
- legittimare livelli minimi di servizi pubblici di serie B per vaste aree del Mezzogiorno;
- aumentare i divari in sanità, scuola e trasporti;
- trasformare il servizio pubblico nazionale in una somma di sistemi regionali diseguali.
- penalizzare fortemente le periferie e i piccoli insediamenti.
Non sarebbe sviluppo. Sarebbe frammentazione.
Un Paese in cui i diritti cambiano da Regione a Regione non è più una Repubblica eguale.
Le responsabilità della classe dirigente meridionale
Una riflessione critica riguarda anche il Sud.
Troppo spesso parti della classe dirigente meridionale hanno accettato, e troppo spesso sostenuto, progetti che indeboliscono il Mezzogiorno, senza dimostrare quale vantaggio concreto ne deriverebbe per cittadini e territori.
È legittimo chiedere: chi rappresenta il Sud può avallare riforme che mettono a rischio l’universalità dei diritti?
La questione non è polemica. È politica.
La Consulta conferma il principio di unità
Non a caso la Corte Costituzionale ha posto limiti rilevanti all’impianto del DDL Calderoli, richiamando principi fondamentali: uguaglianza, unità della Repubblica, tutela uniforme dei diritti.
È un punto essenziale.
La Consulta ricorda che l’autonomia non può comprimere diritti costituzionali.
Prima vengono i diritti uguali per tutti. Poi, eventualmente, le differenziazioni amministrative.
Questo è il cuore di un autonomismo egualitario.
La proposta: una Macroregione del Sud
Ma non basta dire no, serve una proposta.
Per questo i meridionalisti rilanciano l’idea di una Macroregione meridionale: non come costruzione burocratica, ma come strumento strategico.
Una Macroregione potrebbe:
- fare massa critica nei rapporti con lo Stato e con l’Unione Europea;
- coordinare infrastrutture, porti, energia, logistica e trasporti;
- superare frammentazioni e campanilismi;
- rafforzare la capacità negoziale del Sud;
- costruire una politica di sviluppo fondata su equità e interesse nazionale.
Non un Sud separato.
Un Sud con voce in capitolo dentro un’Italia più equilibrata.
Conclusione
L’alternativa non è tra centralismo e secessione dei ricchi, l’alternativa è tra un’autonomia che divide e un’autonomia che unisce.
Noi scegliamo la seconda. Un autonomismo solidale.
Un federalismo dei diritti.
Un Mezzogiorno che non chieda privilegi, ma uguaglianza.
Perché i diritti, davvero, non hanno geografia.
