Tema 13: Governance, Europa e fondi strutturali

Il Sud non perde i fondi europei solo per colpa di Roma. Li perde anche per mancanza di classe dirigente locale all’altezza. Entrambi i problemi si possono risolvere.

Il problema in sintesi

Il Mezzogiorno è da decenni l’area più finanziata d’Europa in termini di fondi strutturali destinati per abitante. Eppure il divario con il Centro-Nord non si è chiuso: anzi, in alcuni settori si è allargato. La spiegazione più comoda — e più falsa — è che i meridionali non sappiano usare le risorse. La spiegazione vera è più complessa e riguarda due problemi distinti che si sommano.

Il primo è nazionale: lo Stato italiano ha storicamente destinato al Sud una quota di spesa pubblica ordinaria inferiore alla sua quota di popolazione, e ha sistematicamente ridotto la quota di fondi straordinari che l’Europa intendeva destinare al Mezzogiorno. Non è un’opinione: è documentato, è stato portato davanti al Parlamento Europeo, e ha prodotto battaglie concrete che il mondo meridionalista ha combattuto e in parte vinto.

Il secondo è interno: le istituzioni meridionali — regioni, comuni, enti pubblici — soffrono spesso di burocrazia lenta, carenza di personale tecnico qualificato, assenza di coordinamento tra territori, e una classe politica locale che troppo spesso ha privilegiato il consenso di breve periodo rispetto alla costruzione di istituzioni solide. Questa debolezza interna non giustifica lo scippo esterno, ma lo rende più facile. E finché non la affrontiamo con onestà, non risolviamo il problema.

La battaglia del 34%: una vittoria sulla carta, una sconfitta nella realtà

Per decenni, la spesa pubblica ordinaria dello Stato italiano è stata ripartita sul territorio in modo gravemente sperequato: al Sud, che ospita circa il 34% della popolazione nazionale, arrivava storicamente una quota ben inferiore. I documenti e i dati provenienti da fonti istituzionali dimostrano che la spesa statale a beneficio del Mezzogiorno ha raggiunto nel migliore dei casi il 28%, scendendo in alcuni anni fino al 19%. Secondo diverse valutazioni, al Sud mancano all’appello in media 61 miliardi di euro ogni anno — risorse che avrebbero potuto costruire strade, ospedali, scuole, asili nido.

Nel 2015, un gruppo di meridionalisti presentò al Parlamento Europeo una petizione che chiedeva esattamente questo: che la spesa statale ordinaria fosse ripartita in proporzione alla popolazione residente. Il 17 marzo 2016 la Commissione Petizioni del Parlamento Europeo dichiarò la petizione ammissibile. Roberto Longo, oggi membro del direttivo dei Meridionalisti e uno dei redattori di quella petizione storica, ha portato questa battaglia all’interno della nostra associazione, facendola propria. La storia completa di quella battaglia è documentata nel libro di Rosella Cerra e Roberto Longo, 34% — La storia di una legge per il Sud. La questione meridionale a Bruxelles, Città del Sole Edizioni.

La pressione produsse risultati concreti sul piano normativo. Il governo approvò nel 2017 un DPCM, in attuazione dell’art. 7-bis della Legge n. 18/2017, che stabilisce per la prima volta in Italia la ripartizione della spesa statale corrente in base alla popolazione del territorio. Dal 1° gennaio 2018 il principio è legge dello Stato.

Ma la legge non è mai stata rispettata. Come ha scritto Barbara Lezzi, ex Ministra per il Sud e autrice della prefazione al libro di Cerra e Longo, la “legge del 34%” è stata “venduta” ai cittadini ben sei volte — con il governo PD/NCD che la introdusse, con il relativo decreto attuativo, con la versione di Lezzi e il relativo DPCM, con la modifica del ministro Provenzano e con il secondo DPCM del governo Conte. Rispettata? Mai. La pandemia e l’avvicendamento delle norme hanno giustificato tutto, mentre il Sud continuava a spopolarsi e impoverirsi.

I dati più recenti confermano il quadro. Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, nel 2022 la spesa statale per abitante nel Centro-Nord era superiore dell’11,7% rispetto al Mezzogiorno — un divario in peggioramento rispetto all’8,8% del 2021 e al 7,5% del 2013. A livello di spesa sociale dei comuni, nel 2023 i comuni meridionali spendono in media 149 euro pro capite contro i 189-219 euro dei comuni del Nord.

Il meccanismo distorsivo è ben noto: quando si includono i fondi europei e il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, la quota complessiva al Sud raggiunge o supera il 34% sulla spesa in conto capitale totale. Ma quei fondi non sono aggiuntivi rispetto alla spesa ordinaria: la sostituiscono. Il risultato è che i fondi europei — pensati per colmare i divari — vengono usati per coprire le carenze della spesa ordinaria che lo Stato non eroga. Non addizionalità, ma sostituzione.

La battaglia del 34% è vinta sulla carta. Nella realtà, il divario cresce. La vigilanza deve essere più forte, non meno. Un ulteriore peggioramento è avvenuto con il cosiddetto Decreto Coesione del 5 maggio 2024. La formulazione originale della norma — che garantiva al Sud “un volume complessivo di stanziamenti ordinari in conto capitale almeno proporzionale alla popolazione residente” — è stata sostituita con il riferimento a “un volume complessivo di risorse non inferiore al 40 per cento delle risorse allocabili”. Il cambiamento non è formale: le “risorse allocabili” non sono quantificabili con precisione e rappresentano una base di calcolo incomparabilmente più ridotta rispetto agli stanziamenti ordinari. In pratica, il riferimento concreto e verificabile è stato sostituito con un parametro vago e non vincolante. La battaglia oggi è quella di ripristinare la formulazione originale.

Il caso PNRR: il 68% europeo ridotto al 40%

Quando nel 2021 l’Europa varò il NextGenerationEU, i parametri europei per la distribuzione dei fondi tra le aree in ritardo di sviluppo avrebbero dovuto tradursi, per il Mezzogiorno italiano, in una quota di circa il 68% delle risorse PNRR destinate all’Italia. Quei parametri — PIL pro capite, tasso di disoccupazione, popolazione — esistono proprio per colmare i divari, non per fotografarli.

Il governo italiano decise invece di applicare un criterio diverso: la quota di popolazione residente, ovvero il 34%, elevata poi al 40% come compromesso politico. Nel 2021 fu presentata al Parlamento Europeo una nuova petizione (n. 1482/2020) chiedendo l’applicazione corretta dei parametri europei. Il Parlamento Europeo la dichiarò ammissibile il 19 aprile 2021.

Ciò che colpisce è la contraddizione: quando si tratta di spesa ordinaria, il parametro del 34% viene usato come tetto massimo — e spesso nemmeno rispettato. Quando invece l’Europa mette sul tavolo risorse straordinarie destinate proprio a colmare i divari, lo stesso parametro del 34% diventa improvvisamente generoso, e il 68% europeo viene ricondotto al 40%. Il parametro cambia a seconda di cosa conviene a chi governa da Roma.

Il 40% del PNRR destinato al Sud non è quindi una conquista: è il risultato di una riduzione rispetto a quanto l’Europa aveva calcolato. E quella riduzione ha avuto la complicità silenziosa di troppi rappresentanti eletti al Sud che avrebbero dovuto battersi per i loro territori invece di adeguarsi alle decisioni prese altrove.

La sfida interna: competenza, onestà e appartenenza

Denunciare lo scippo esterno è necessario ma non sufficiente. I Meridionalisti hanno sempre rifiutato il vittimismo come unica risposta: accanto alla battaglia per i diritti del Sud, c’è la responsabilità di costruire una classe dirigente meridionale all’altezza.

La competenza permette di governare processi complessi, dialogare con lo Stato e con l’Unione Europea, usare risorse e strumenti pubblici in modo efficace. Chi governa senza competenza trasforma anche le buone intenzioni in cattivi risultati e rafforza l’idea che il Mezzogiorno non sappia governarsi.

L’onestà non è un valore astratto: è una condizione politica essenziale. Quando viene meno, la competenza si trasforma in strumento di potere personale, la fiducia dei cittadini si dissolve e la partecipazione democratica si indebolisce. La forte astensione che caratterizza il Mezzogiorno non nasce dal disinteresse: nasce dalla sfiducia. Questo segnale interpella la classe dirigente più di quanto interroghi l’elettorato.

Il senso di appartenenza non significa nostalgia o identitarismo chiuso. Significa conoscere i territori, rispettarne la storia, sentirsi responsabili delle persone che si rappresentano. Chi governa senza appartenenza accetta come normali disuguaglianze che altrove nessuno tollererebbe.

Il Sud ha bisogno soprattutto di una forte rappresentanza a Roma e a Bruxelles — non eletti al Sud per convenienza, ma radicati nel Sud per scelta e per convinzione, capaci di costruire alleanze, difendere interessi e portare la voce del Mezzogiorno dove si prendono le decisioni che contano. Una rappresentanza che non si dissolva nei partiti nazionali dimenticando da dove viene, ma che faccia degli interessi meridionali la propria priorità irrinunciabile.

Questa non è una critica generica: è una chiamata alla responsabilità. Il cambiamento del Mezzogiorno non può aspettare che Roma decida di essere più giusta. Deve partire anche da noi.

Le nostre proposte

Applicazione piena e vigilanza sul principio del 34% La legge c’è. Chiediamo che sia applicata integralmente e che ogni legge di bilancio sia accompagnata da una rendicontazione pubblica della spesa statale per territorio, verificabile da chiunque. La trasparenza è la prima forma di controllo.

Per i fondi europei: rispettare i parametri europei Quando l’Europa stanzia risorse per ridurre i divari territoriali, quei fondi devono essere distribuiti secondo i criteri che l’Europa stessa ha stabilito — non secondo criteri nazionali che li dimezzano. Chiediamo che nelle future programmazioni dei fondi europei 2028-2034 l’Italia rispetti i parametri di ripartizione territoriale in modo coerente con gli obiettivi di coesione europea.

Rafforzamento della capacità amministrativa Proponiamo un piano straordinario di potenziamento tecnico delle stazioni appaltanti e delle autorità di gestione dei fondi nel Mezzogiorno: assunzioni mirate di project manager, esperti di rendicontazione europea e tecnici specializzati, con percorsi formativi dedicati e carriere stabili.

Coordinamento meridionale nella programmazione europea Le sette regioni meridionali devono smettere di competere tra loro e imparare a fare squadra sugli investimenti strategici. Proponiamo meccanismi strutturali di coordinamento nella programmazione dei fondi 2028-2034, con tavoli tecnici permanenti e obiettivi condivisi.

Presidio stabile a Bruxelles Il Mezzogiorno deve essere presente dove si decide la politica di coesione europea. Proponiamo la creazione di una rappresentanza unitaria delle regioni meridionali a Bruxelles, con il compito di monitorare i regolamenti, partecipare alle consultazioni e costruire alleanze con le altre regioni europee in ritardo di sviluppo.

Assistenza tecnica ai piccoli comuni I comuni meridionali sotto i 15.000 abitanti — la maggioranza nel Mezzogiorno — non hanno le strutture per gestire da soli la complessità dei fondi europei. Proponiamo un sistema pubblico di assistenza tecnica gratuita per la progettazione, la rendicontazione e la gestione dei progetti finanziati.

Autonomia differenziata: no senza LEP garantiti Ci opponiamo a qualsiasi riforma che trasferisca funzioni e risorse alle regioni più ricche senza aver prima garantito i Livelli Essenziali delle Prestazioni su tutto il territorio nazionale. Questa è una condizione non negoziabile.

La nostra posizione

I Meridionalisti non chiedono assistenza. Chiedono equità: che lo Stato spenda per il Sud almeno quanto la sua quota di popolazione richiede nella spesa ordinaria, e che i fondi europei destinati a colmare i divari vengano davvero usati per colmarli — non ridotti a metà strada da decisioni prese a Roma.

Allo stesso tempo, sappiamo che nessuna battaglia esterna si vince senza una casa interna in ordine. Il Sud che vogliamo è governato da persone competenti, oneste e con un forte senso di appartenenza al proprio territorio. Persone che a Roma e a Bruxelles portino la voce del Mezzogiorno con autorevolezza, costruendo la coalizione di interessi che il Sud merita e che ancora non ha.

Queste due battaglie — quella per i diritti e quella per la qualità — non sono separate. Sono la stessa battaglia.

Fonti e approfondimenti


META DESCRIPTION: Governance, fondi europei e PNRR nel Sud: dalla battaglia del 34% al 68% negato, le proposte dei Meridionalisti per equità e classe dirigente all’altezza.